Gesù al tempio, segno di contraddizione. E noi?

Il Vangelo della PRESENTAZIONE DI GESÙ AL TEMPIO (Luca 2, 22-40) come d’altra parte un po’ tutti i Vangeli dell’infanzia propone degli aspetti che anticipano e preparano gli sviluppi successivi del racconto, e d’altra parte si pongono nel solco e nel compimento della prima Alleanza. La presentazione al tempio dei primogeniti nasceva dalla memoria della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto, quando Dio aveva risparmiato le case degli ebrei colpendo invece i primogeniti degli egiziani. Di qui l’idea che il primo nato (degli uomini ma anche del bestiame) fosse proprietà divina e che quindi dovesse esser riscattato: offrendo a Dio, per i sacrifici nel tempio, un agnello da parte delle famiglie più abbienti e per quelle più povere un paio di colombe o piccioni. Già questo è significativo di quale sia la classe sociale a cui appartiene il Figlio di Dio; e Paolo racconterà l’incarnazione del Verbo come abbassamento e spoliazione.

Nel tempio doveva il Signore doveva fare un ingresso glorioso, una sorta di trionfo di un vincitore acclamato dal popolo. Qui Gesù, e Maria e Giuseppe che lo portano, trova ad accoglierlo due anziani, Simeone e Anna, che rappresentano la fede e la speranza del popolo di Israele. Quello che fa e dice Simeone avviene per intervento dello Spirito Santo (ricordato in tre versetti per te volte!), di Anna il teso dice l’età: 84 anni, cioè 7×12, il numero della perfezione per gli ebrei moltiplicato per quello delle tribù di Israele; anche l’aritmetica biblica ha un valore rivelativo. Simeone e Anna attendono e accolgono, se l’attesa è mossa dalla speranza l’accoglienza è uno dei segni più chiari e necessari della carità. Simeone attende la consolazione di Israele, Anna la redenzione di Gerusalemme: Gesù sarà l’una e l’altra cosa, non solo per gli ebrei ma per tutti i popoli. Consolerà guarendo i malati, cacciando i demoni, sfamando le folle, accogliendo e perdonando i peccatori, annunciando a tutti parole di verità; e sarà davvero redentore, liberatore del suo popolo pagando col suo sangue il prezzo del riscatto e sconfiggendo la morte, ultimo nemico, con la vita nuova eterna e incorruttibile di Risorto.

Veramente Simeone può disporsi ad “andare in pace” avendo visto con i propri occhi la salvezza. Il suo breve cantico (in latino “Nunc dimittis”) è quello che la Liturgia delle ore ci fa pregare ogni sera al termine della giornata, ultimo atto prima di prendere sonno. Quando ci addormenteremo per l’ultima volta in questa vita, se avremo affidato al Signore la nostra esistenza coltivando la speranza e la carità potremo vedere la LUCE eterna preparata da Dio per tutti i popoli. Il riferimento alla luce del cantico di Simeone è il motivo per cui nella Chiesa la memoria della presentazione al tempio è diventata festa della luce. E d’altra parte il Verbo è luce che splende nelle tenebre, i magi vanno a incontrarlo seguendo una scia luminosa, nella trasfigurazione Gesù apparirà con Mosè ed Elia in vesti bianchissime e splendenti, lo stesso splendore della veste dei messaggeri della risurrezione che le donne troveranno accanto al sepolcro vuoto.

Un’ultima cosa da non trascurare: Simeone afferma che Gesù sarà “segno di contraddizione”. Il suo stare tra gli uomini e per gli uomini non sarà una passeggiata trionfale, conoscerà la prova, il rifiuto, la durezza del cuore, l’indisponibilità, la superficialità di molti… di tutti noi! E così oggi la Chiesa e ciascun cristiano non può non mettere nel conto la possibilità di pagare di persona almeno un po’ a causa della fedeltà al Signore crocifisso.

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