Dieci guariti, uno salvato

 

Gesù incontra dieci lebbrosi. Tutti e dieci guariti, uno solo salvato. Nove sono risucchiati dalla loro vita di prima: occupazioni, affari, affetti, desideri e probabilmente peccati. Luigi Santucci – che scrisse una vita di Cristo da grande e sensibile scrittore cristiano col titolo “Volete andarvene anche voi?” – fa dire ai nove che non erano tornati a ringraziare Gesù che cosa avevano fatto una volta restituiti alla salute: chi all’osteria, chi agli affari, oppure al furto, al sesso, alle amicizie che contano… Uno di loro, che vive insieme a una donna anch’essa lebbrosa, non accetta di essere guarito a differenza di lei ed torna a vivere con la compagna riprendendo la lebbra. Il racconto termina con queste parole: “Uno su dieci, Signore: è questa la nostra percentuale. Non sprecare miracoli per noi”.
Miracoli sprecati? Quello che appare chiaro dalla lettura del brano è la differenza tra guarigione e salvezza. Tutti e dieci guariscono, poiché si sono fidati della parola di Gesù. Solo uno riesce ad andare oltre l’obiettivo umano, pienamente legittimo, uscendo da sé stesso, dall’appagamento per la salute ritrovata. Non ritorna per ringraziare Gesù, ma per “rendere gloria a Dio”: non ha visto in Gesù soltanto il guaritore che gli ha risolto un problema (un grave problema, e quindi si tratta di un bel risultato), ma colui che viene a compiere il disegno divino della salvezza. Il lebbroso guarito e ritornato fa un passaggio decisivo: dal rivolgersi a Gesù per ottenere qualcosa di buono per sé (prospettiva individuale), a entrare nel flusso salvifico che trascende i singoli interessi e progetti per immettere in quel grande disegno divino che non a caso chiamino storia della salvezza: le nostre piccole quotidiane vicende portate proiettate e accolte in ciò che Dio ha a cuore per il mondo, la storia, tutta la creazione: dal particolare all’universale, dal mio al nostro, da dire IO a osare dire DIO.
E chi si rende disponibile per questo è un samaritano: un nemico, un infedele, escluso e disprezzato dai pii osservanti che si ritengono gli unici destinatari della salvezza, quasi che a loro fosse dovuta, e che si sentono autorizzato a dire chi la merita e chi no. Penso che dobbiamo cercare di mettere il racconto dei dieci lebbrosi guariti e dell’uno salvato a confronto con la nostra vita personale di singoli credenti e con il modo di essere Chiesa-nel-mondo, nella storia. Dobbiamo certamente preoccuparci di guarire (di curare, di accogliere, di soccorrere, di dare pane e case e medicine e quant’altro è necessario ai lebbrosi e ai poveri delle tante malattie e povertà del nostro tempo…) ma con l’ansia di salvare. O meglio, di aiutare a incontrare davvero Gesù che svela il senso vero e pieno della vita, che riporta all’armonia originaria, che orienta ogni vita verso il Regno, verso una prospettiva comunitaria per cui il progetto di Dio – sulla mia vita e sull’intera storia – è compimento di ogni autentico desiderio umano. Un Regno nel quale non ci saranno più “né stranieri né ospiti, ma concittadini e familiari”. La nostra conversione (la mia conversione!) chiede di ribaltare gli schemi troppo umani, individuali, materiali e tangibili. Un segno che questo sta avvenendo sarà, come per il lebbroso samaritano, la disponibilità a “lodare Dio a gran voce”: la lode, la festa dei salvati. Invochiamo lo Spirito Santo perché ci animi e ci dia la forza di questa lode.
Buona domenica

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