L’occhio, la bocca e il cuore di Dio

L’occhio, la bocca e il cuore sono la trama del vangelo di questa domenica (Luca 6, 39-45). L’OCCHIO di chi vede la pagliuzza nell’occhio del fratello ma non la trave nel proprio; la BOCCA da cui possono uscire parole buone o cattive; il CUORE che racchiude quei sentimenti che usciranno dalla bocca; a cui possiamo aggiungere i PIEDI di chi, cieco, porta fuori strada un altro cieco. Questa sorta di percorso attraverso la corporeità è coerente col messaggio biblico, con una visione dell’uomo che dà grande risalto a quella “carne” che il Creatore plasma con le sue mani e di cui il Verbo di Dio si riveste, appunto in-carnandosi.

La fede cristiana è fisica, corporea, materiale; quella cristiana non è una spiritualità eterea, evanescente, come se trattasse di un’anima quasi infastidita da tutto ciò che la lega al corpo, alla trama corporea delle relazioni umane, alla sensibilità che passa attraverso il con-tatto. Al contrario: Gesù incontra l’umanità proprio nella carne, nelle membra malate che viene a toccare, curare e guarire, oppure nei corpi che egli viene ad accogliere, baciare, abbracciare, toccare (e lasciarsi toccare). E poi nel corpo spezzato, piagato, ferito, crocifisso, sepolto e alla fine “toccato con mano” perché l’incontro con il Risorto non sia con un fantasma ma con colui che ha “carne e ossa”. La professione di fede è completa credendo nella risurrezione della carne.

Che ne facciamo della nostra carne, di quelle membra che il Padre ha plasmato e che il Figlio ha condiviso? Gli occhi possono vedere in tanti modi, lo sguardo può essere pulito oppure sporco e inquinato. E se gli occhi sono lo specchio dell’anima, si può vedere per il bene o per il male: il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto, nell’incontro con l’altro possiamo considerare prima di tutto i pregi o i difetti, avere sulla realtà uno sguardo ottimistico o pessimistico, ben disposto o scettico. Ma Dio come guarda il mondo e la mia vita? Da come ce lo racconta Gesù, il Padre vede nel figlio perduto il desiderio di ritrovare l’intimità familiare, il pastore va a cercare la pecora smarrita perché la vede già nell’ovile, scommette sulla redimibilità del peccatore… E Gesù stesso guarda il pubblicano, l’adultera, la samaritana con occhi che manifestano accoglienza, perdono, fiducia e incoraggiamento a tornare sulla via del bene. Mentre viene condotto alla passione, posa lo sguardo su Pietro che lo ha rinnegato inducendolo a un pianto purificatore. Con una sola parola, papa Francesco afferma: “il nome del nostro Dio è MISERICORDIA”.

Anche la bocca, da cui fuoriesce ciò il cuore che custodisce come un tesoro, è al servizio di parole buone o cattive, benevole o accusatrici, che incoraggiano o stroncano. C’è il detto secondo cui “la lingua ne uccide più della spada”, e viviamo in un tempo di parole, paroline, parolacce, turpiloquio, sproloqui, spropositi, calunnie, fake news… Televisioni e social sono troppo spesso torrenti in piena di parole inutili, vuote, superficiali e anche brutte, sporche, lesive della dignità di chi le ascolta ma prima ancora di chi le dice o le scrive. Ci sarebbe davvero bisogno di una dieta di parole, di sobrietà nel comunicare. Perché Gesù è il Verbo, la Parola fatta carne: parla con la vita, con i gesti, dice con la bocca ma anche con le mani il suo amore per l’umanità, la cura e la tenerezza soprattutto per i piccoli, i poveri e i peccatori. La Parola di Dio, soprattutto quella che è proclamata nella Liturgia, sia luce al nostro parlare. Facciamo nostro un verso meraviglioso di Clemente Rebora: “la Parola zittì chiacchiere mie”.

Buona domenica!

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