Pio XII: Guardate il vostro Gino Bartali!

Mercoledì 17 febbraio alle 17:30 presso le Officine Garibaldi (via Gioberti 39, Pisa), la biblioteca BLOG presenta l’audiolibro Ti stacco e poi ti aspetto, dedicato a Gino Bartali, curato da Caritas Italiana e Rete Europea Risorse Umane.

Ecco un estratto, dalla postfazione scritta da don Antonio Cecconi:

Bartali che nasce a Ponte a Ema, alle porte di Firenze, il 18 luglio del 1914.

Bartali allevato a pane e lavoro, bicicletta e parrocchia.

Bartali che a 17 anni vince la prima corsa staccando tutti in salita come farà in tante altre corse, ma quella volta lo squalificano perché più vecchio di un giorno rispetto alla sua categoria.

Bartali che da dilettante battaglia con altri forti toscani: Bini di Montemurlo, Bizzi di Livorno e Del Cancia di Buti. Ma quasi sempre vince lui.

Bartali che nel ’33 parte da Firenze in bicicletta alle 4 del mattino per andare a correre a Cecina: stacca tutti sulla salita di Montenero, fora a dieci chilometri dall’arrivo e vince lo stesso.

Bartali che nel ’35, senza squadra, poco ci manca che vinca la Milano-Sanremo. Nello stesso anno diventa campione d’Italia.

Bartali che sul risvolto della giacca, anziché la “cimice” fascista, porta il distintivo dell’Azione Cattolica col motto PAF: preghiera azione sacrificio.

Bartali a cui muore in una corsa il fratello Giulio, la stessa sorte che toccherà a Serse Coppi, fratello di Fausto.

Bartali che nel ’36 vince il Giro d’Italia per ripetersi l’anno dopo e poi ancora nel ‘46.

Bartali che nel ’38 trionfa al Tour e invece di dedicare la vittoria al Duce ringrazia la Madonna che lo ha protetto.

Bartali che quando il Tour passa dai Pirenei non manca mai di raccogliersi a Lourdes in preghiera.

Bartali che nel ’40 aiuta il ventenne Fausto Coppi, che doveva fargli da gregario nella squadra Legnano, a vincere il suo primo Giro d’Italia. Il giorno dopo l’Italia entra in guerra.

Bartali che durante la guerra si allena sulle strade da Firenze ad Assisi e porta, nascosti nei tubi della bicicletta, documenti falsificati che salvano molti ebrei dalla persecuzione razziale. E nasconde una famiglia di ebrei in casa sua.

Bartali che molti anni dopo, quando gli chiedono perché quelle cose non le ha mai raccontate, risponde che il bene si deve fare senza dirlo.

Bartali che nel ’47, in una piazza San Pietro gremita di folla, è indicato da Pio XII come esempio da seguire: “Guardate il vostro Gino Bartali, membro dell’Azione Cattolica… correte anche voi in questo campionato ideale!”.

Bartali che nel ’48, dieci anni dopo, rivince il Tour e suscita un tale entusiasmo popolare che i comunisti, in fermento per l’attentato a Togliatti, rinunciano a fare la rivoluzione (ma De Gasperi gli telefonò davvero per chiedergli di salvare l’Italia?).

Bartali che quando smette di correre è il ciclista italiano col record di vittorie: 124, una più di Coppi. Ci vorranno Bitossi e Gimondi, e poi Moser e Saronni, per fare meglio di lui.

Bartali che si prepara a dirigere la squadra in cui Coppi correrà prima di lasciare il ciclismo.

Bartali che quando Coppi sta morendo all’ospedale di Tortona non fa in tempo a portare al capezzale dell’antico avversario il suo medico di fiducia.

Bartali che quando partecipa a qualche cena organizzata dai suoi tifosi a un certo punto saluta la compagnia perché prima di andare a dormire deve recitare le preghiere.

Bartali così devoto di Santa Teresa del Bambino Gesù da farsi mettere nella bara col mantello di terziario carmelitano.

Bartali che la canzone di Paolo Conte raffigura meglio di una statua di Michelangelo o un quadro di Rosai: il naso triste come una salita e gli occhi allegri da italiano in gita.

Bartali che correva a pane e acqua, tanto lontano dalle bici supertecnologiche e soprattutto dalle alchimie diaboliche di quel doping che rischia di uccidere quel ciclismo che per lui e per tanti è stato davvero una palestra di vita.

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