Lettura comunitaria della Bibbia

11 Dicembre 2019 | 21:15
casda

Riprendiamo quanto letto dal Vangelo secondo Luca nell’ultimo appuntamento per riflettere insieme sul nostro modo di “fare Chiesa”.

Ecco un estratto della meditazione di don Antonio dell’ultimo incontro:

MARIA, LA DONNA DELL’ASCOLTO, DEL SERVIZIO E DELLA PREGHIERA

 

Gran parte della riflessione è impostata su Luca 1, 26-56, analizzando prima una per una le tre parti del racconto e poi cercando di attualizzarne il significato per la Chiesa e i cristiani oggi. Sarà come osservare separatamente le tre scene di un trittico, per poi tornare a valutarle nel loro insieme, riflettendo sul messaggio che ne deriva e sul percorso che la successione suggerisce.

 

  1. MARIA, LA DONNA DELL’ASCOLTO (Luca 1,26-38)

È il racconto che siamo soliti chiamare annunciazione. La scena è immortalata da innumerevoli pittori; la cosa è indice dell’importanza attribuita all’episodio, anche se certe immagini consuete potrebbero trarci in inganno, se non altro per l’ambientazione (giardini, ricche abitazioni, vesti…).

L’ambiente di Nazaret, al tempo di Maria, era molto semplice, sobrio ed essenziale se non proprio povero. Nazaret è un luogo di nessuna importanza, mai nominato nell’Antico Testamento; sapendo che Gesù ne è originario, gli diranno che da Nazaret non può venire nulla di buono. Di Maria sappiamo solo che è una ragazza giovane (ci si sposava giovanissimi), fidanzata con Giuseppe; non sono ancora andati ad abitare insieme e non “si conoscono”…

Tutto quello che potremmo dire su di lei prima dell’entrata in scena nelle pagine del Vangelo sarebbero fantasie poco costruttive, al limite devianti. Ci deve bastare il Vangelo, con la sua asciuttezza ed essenzialità. Peraltro Luca (un pittore?) in pochi tratti ci mette in condizione di capire il messaggio, di percepire la Parola di salvezza. Quanto basta, direbbe Giovanni, perché crediamo e abbiamo la vita.

Sappiamo che la giovane donna si chiama Maria e che è prossima al matrimonio con Giuseppe; di Giuseppe è detto che è discendente di David, il grande re l’Israele. Il nome Maria vuol dire “altezza, eccellenza, sommità”; Giuseppe significa “possa Dio accrescere”. L’angelo (=messaggero di Dio) si rivolge a lei con le parole che per noi sono diventate l’inizio della preghiera a Maria più popolare e più bella: “Ave, Maria, piena di grazia, il Signore è con te”. La traduzione corrente dice: ti saluto. Bisogna notare che nel testo greco (la lingua dei vangeli e di tutto il NT) il saluto a Maria e il termine che indica l’essere piena di grazia vengono dalla stessa radice kàris che sta a indicare la grazia come dono, benevolenza, attenzione e amore gratuito di Dio per il suo popolo; e anche il diventare grazioso, aggraziato e in un certo senso attraente. Un tentativo di traduzione (un modo per rendere l’idea) potrebbe essere: Gioisci, o gioiosa; oppure: Salve, o salvata! C’è un participio perfetto passivo, vale a dire una condizione perfettamente realizzata. Da come Maria viene salutata, appare già il progetto di Dio su di lei, il suo posto nella storia della salvezza. Il saluto è quello rivolto dai profeti alla “figlia di Sion” (cioè Gerusalemme, la città dell’alleanza e della pace, il cuore della storia e della fede d’Israele), chiamata a rallegrarsi per la venuta del Messia.

Subito dopo l’angelo, per rassicurarla, ripeterà lo stesso concetto con parole simili: hai trovato grazia presso Dio. Anche l’altra parte del saluto: il Signore è con te, dice la stessa cosa. Il Figlio di Dio-con-noi (cioè Emanuele, l’altro nome del Messia secondo Isaia e anche nelle parole dall’angelo che appare a Giuseppe nel racconto di Matteo). Ma Dio stesso, quando aveva rivelato il suo nome a Mosè, aveva detto “io sono colui che sono”; non una definizione filosofica dell’essenza di Dio, ma una rivelazione esistenziale: chi sono io lo saprete da quello che sarò per voi e con voi… Essere-con è il nome di Dio, il Dio-fatto-uomo che incontreremo grazie al sì di Maria. Quando siamo “in grazia di Dio”, Dio è con noi.

Maria rimane turbata a queste parole. È il turbamento/smarrimento di ogni vocazione (cfr. Mosè, Isaia…), la consapevolezza del proprio limite davanti a un progetto immenso, la paura di non farcela… Il testo dice che Maria si domanda, dialogava dentro di sé… Un dibattito interiore che indica ricerca, voglia di capire, impegno serio a lavorare su di sé.

L’angelo la invita a non temere (c’è il termine fobos, accompagnato dall’invito a non temere, che si ritrova sia in altre vocazioni bibliche, sia all’annuncio della risurrezione), a superare la paura a motivo della grazia che Maria ha trovato presso Dio. A questo punto c’è il grande annuncio: concepirai nel tuo utero e partorirai un figlio, e lo chiamerai col nome di Gesù. Questo bambino che nascerà sarà grande, chiamato (nella Bibbia il nome dice sempre la realtà) Figlio dell’altissimo, sederà sul trono di David dal quale discende, regnerà senza fine sulla casa di Giacobbe (= il popolo di Israele). In queste frasi si compendiano tutte le promesse di Dio e tutta l’attesa d’Israele, una sorta di riassunto al futuro scritto da Dio stesso, il concentrato di tutto quanto avevano annunciato i profeti (nella novena del Natale il “canto delle profezie” è un collage di testi dell’AT sul Messia che viene).

“Lo chiamerai Gesù”, che significa: il-Signore-salva. Il nome dice l’opera che viene a svolgere, la sua missione, il senso della sua vita, il motivo per cui Dio vuole essere con noi: salvare, strappare dalla schiavitù del male, liberare dalla morte, donare vita in pienezza. Tutto questo vogliamo dire quando chiamiamo Gesù il Salvatore.

La risposta di Maria è una richiesta di spiegazione, basata su una consapevolezza: “Com’è possibile? Non conosco uomo”. Qui sta la differenza con altre nascite “miracolose” della storia di Israele e con la stessa nascita di Giovanni il Battista, di cui l’angelo annuncia a Maria il concepimento avvenuto sei mesi avanti. Il figlio di Maria sarà santo e figlio di Dio; insieme alla discendenza di David, al di là delle promesse dei profeti e delle attese di Israele, accade una cosa totalmente nuova, possibile solo a Dio. Si sono dette e scritte tante cose sulla verginità di Maria. Emerge con chiarezza nel testo di Luca, dalla risposta dell’angelo all’interrogazione di Maria (e poi anche più avanti), il riferimento a quello che Dio ha operato nella storia di Israele, di cui la prodigiosa maternità di Maria è sviluppo, anzi inizio del compimento.

Lo Spirito Santo che scende su Maria ci riconduce dove la storia umana era cominciata: lo spirito che aleggiava sulle acque primordiali, il soffio nelle narici dell’uomo come infusione dell’alito di vita da parte di Dio (spirito, soffio, respiro sono nella Bibbia la stessa parola). La potenza dell’Altissimo che stende su Maria la sua ombra rimanda poi alla pagina finale dell’Esodo: “Allora la nube coprì la tenda del convegno e la Gloria del Signore riempì la dimora… la nube del Signore durante il giorno rimaneva sulla Dimora…” (Esodo 40, 34-38). In Maria finisce di manifestarsi la potenza creatrice di Dio; nel figlio che nascerà da lei giungerà alla meta finale il cammino di liberazione d’Israele.

La verginità di Maria è importante ed è molto di più di una integrità fisiologica: è Dio che ha ripreso in pienezza l’iniziativa, e la sua azione è assolutamente libera da ogni vincolo biologico, da ogni controllo e “potere” umano sulla natura e sullo sviluppo degli eventi. Quando la creatura umana si incontra con Dio, non deve fare altro che accogliere, lasciarsi plasmare e condurre, rinunciare alla pretesa di controllare, di capire. O meglio: l’unico modo di capire è ricevere. Per grazia, per dono divino, Maria diventa “capace” di Dio, cioè di averlo in sé, di lasciare agire Colui-che-tutto-può e sperimentare che tale potere è esercitato sempre e solo per amore. L’ultima battuta del dialogo è di Maria. “Ecco la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”. La vita e la missione di Maria vengono a coincidere nel servizio, nel mettersi a disposizione di Dio perché la sua Parola si compia, il suo disegno si realizza nella storia del mondo; il primo compimento è quanto Maria accetta che accada di sé, della sua vita. In questa pagina del Vangelo tutto è grazia, dono, offerta piena d’amore da parte di Dio. Tutto è accoglienza, ricezione, cavità/capacità, docilità e servizio da parte di Maria. Maria è e sarà piena di grazia perché vuota da tutto il resto, totalmente libera e disponibile per la realizzazione del piano salvifico di Dio.

La riflessione della Chiesa fa coincidere con questo momento, con l’eccomi/sì di Maria l’incarnazione del Verbo, il farsi-uomo di Dio. La Parola si fa carne (v. prologo di Giovanni), Dio non ci parlerà più attraverso i messaggi dei profeti, ma col suo stesso Figlio fatto uomo. Tutta la vita di Gesù è rivelazione, quello che Dio deve dirci, il suo messaggio d’amore.

Nella Chiesa ascoltiamo la Parola di Dio, in particolare nella prima parte della Messa; il Vangelo è Parola del Signore, cioè di Gesù stesso che parla ai suoi discepoli, che ci istruisce. Quello su cui siamo chiamati a crescere, a camminare come cristiani, è che la Parola che ascoltiamo cominci ad avere per noi lo stesso significato che ha per lei, diventare messaggio di salvezza che, attraverso di noi, diventa vita per il mondo. Maria non terrà per sé la Parola-fatta-carne, la donerà al mondo… E noi che facciamo del Vangelo che ascoltiamo, della Parola che riceviamo personalmente e come comunità?

 

  1. MARIA, LA DONNA DEL SERVIZIO (Luca 1, 39-45)

Maria ha avuto, come “segno” del concepimento di Gesù, l’annuncio della gravidanza di Elisabetta (= Dio ha giurato), ormai al sesto mese. E la cosa che fa è mettersi in viaggio in fretta per andare da lei e assisterla nell’ultimo periodo di gestazione, fino al parto. Maria cerca conferma dell’annuncio che l’angelo le ha fatto, ma non dobbiamo intendere il viaggio da Elisabetta come una sorta di verifica notarile; piuttosto, dall’andamento del racconto, si coglie una progressiva accettazione degli eventi, un modo di vivere quello che accade lasciandosi condurre da Dio. Maria “abita” la propria storia diventando familiare col mistero della salvezza.

L’azione comincia con lo stesso verbo che il NT usa per la risurrezione di Gesù: alzarsi. L’andare senza indugio è lo stesso dei pastori che, ricevuto l’annuncio dell’angelo, vanno a Betlemme a vedere il bambino nella mangiatoia; e anche quella con cui i due discepoli di Emmaus se ne ritornano a Gerusalemme dopo aver riconosciuto Gesù risorto nell’atto di spezzare il pane. Insomma, il Vangelo (= buona notizia) mette una fretta che non è frutto di ansia, ma forza gioiosa che spinge a comunicare, incontrare e servire. La serva del Signore (come Maria si è dichiarata all’angelo) si fa serva dell’umanità. Maria vive la sua parabola del samaritano, compiendo il passaggio dall’aiutare il prossimo al “farsi prossimo” di chi è nel bisogno. O, se vogliamo, la visitazione rappresenta per Maria quello che sarà per Gesù la lavanda dei piedi…

Come il primo racconto del trittico si riferisce al rapporto con Dio che chiama, illumina, chiede ascolto e accoglienza feconda del suo agire nella nostra vita, così questo secondo racconto ci sbilancia subito verso il servizio, l’agire concreto, il farsi carico di chi ha più bisogno di noi. Chi incontra Dio e gli dice il suo “Eccomi”, non si chiude in un dialogo con lui come unico interlocutore in una sorta di cortocircuito spirituale, ma diventa diffusore di quanto è stato comunicato e donato, con le parole e con i fatti.

Maria – ci dice la geografia della regione – affronta un viaggio già faticoso di per sé, e ancor più per una donna all’inizio della gravidanza; la meta viene identificata con Ain-Karim, 6 km a ovest di Gerusalemme; sicuramente Elisabetta e suo marito non abitano troppo lontano dal tempio, dove Zaccaria (=Dio sia ricordato) svolge il servizio sacerdotale. Questo viaggio rimanda a due riferimenti biblici importanti: al passato l’arca dell’alleanza, segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo, una presenza itinerante, che dà luogo ad acclamazioni e danze che ritroviamo nel gridare di gioia di Elisabetta e all’esultanza (quasi una danza) di Giovanni nel grembo di sua madre; al futuro, rimanda ai viaggi di Gesù che, a partire da Nazaret, annuncerà il Vangelo in tutta la Palestina, fino ad arrivare a Gerusalemme; proprio il racconto di Luca è costruito sull’avvicinamento di Gesù a questa meta.

Elisabetta, piena di Spirito Santo, dichiara benedetta Maria e benedetto il frutto del suo grembo, il figlio che porta in sé. Maria viene dichiarata beata, per aver creduto nell’adempimento delle parole del Signore. Lo Spirito Santo agisce analogamente in Elisabetta e in Maria. Nella fede di Israele, la benedizione è un tema tipico del rapporto con Dio, con l’abbinamento tra la benedizione su una creatura e la benedizione di Dio: dell’eroina Giuditta (13,18) è detto “tu sei benedetta fra tutte le donne e benedetto è il Signore Dio”. Nel nostro testo sono benedetti con le stesse parole Maria e suo Figlio: Dio adesso è qui, nel suo grembo.

Riflettiamo sul bene-dire: Dio “dice bene” poiché quel che dice è giusto e vero, ma soprattutto a Dio basta dire, e quel che dice è. Come all’inizio della Bibbia, nella Genesi: Dio dice e le cose sono; poi Dio rimira le cose create e tutte sono “belle e buone”. Per questo Gesù è il bene-detto per eccellenza: il Verbo, la Parola stessa “fatta carne”, tutta la sua vita è pienezza d’amore che Dio ci sta dicendo e donando. Dio non può dire soltanto una cosa (tra il dire e il fare…), quello che dice si realizza… Dio è benedicente e benefico: dice tutto bene e fa tutto bene. Questo è rivelato in Gesù: egli è sempre, solo e totalmente amore, il suo farsi uomo (in tutto simile a noi fuorché nel peccato) è per dire e dare tutto l’amore di Dio. E Maria sua madre, che la Chiesa proclama “concepita senza peccato” (sottratta al dominio del peccato, tutta bella sei, Maria), è associata a questa pienezza di benedizione.

Questo brano è chiamato la visitazione; visitare è verbo “intensivo” di vedere. Di una visita fugace si dice “la visita del dottore”, che sta lo stretto tempo indispensabile; e invece, quando un medico ci visita con calma e accuratezza, diciamo che è stata “una bella visita”. Cosa vuol dire per noi visitare? Impariamo da Maria. Ha organizzato il suo tempo (circa tre mesi), speso energie; sicuramente avrà portato con sé dei doni… Quello che emerge dalla seconda scena del nostro trittico è una gioia che si diffonde, un reciproco riconoscimento (da qui scaturisce la lode a Dio, su cui ci fermeremo nella terza scena). All’origine di tutto Elisabetta si è sentita davvero visitata, cercata, verrebbe da dire anche accudita e coccolata…; Maria l’ha messa in grado di attendere la nascita di Giovanni condividendo il suo stato fisico e le sue emozioni con una donna che è anche una persona cara. Si tenga conto che Zaccaria, marito di Elisabetta, rimane muto per tutto il tempo dell’attesa, come “segno” per lo scetticismo mostrato all’annuncio della nascita di Giovanni…

 

  1. MARIA, LA DONNA DELLA PREGHIERA (Luca 1, 46-56)

La preghiera di cui parliamo, a partire dal Vangelo di Luca, è quella di Maria che loda il Signore con un cantico che, a partire dalla prima parola in latino, chiamiamo Magnificat. E’ il canto biblico probabilmente più bello, la lode più alta, una sorta di compendio di tutto il messaggio biblico, l’essenziale della storia della salvezza reso in poesia da cantare. Un testo che smuove, commuove, entusiasma. E che, se lo riceviamo e lo facciamo nostro sul serio, ha il potere di cambiare la nostra vita, in virtù di quella stessa Parola che si è fatta carne nel grembo di Maria. La Chiesa canta il Magnifica ogni sera, nella preghiera del Vespro, e con particolare solennità nella Novena del Natale. Proviamo prima di tutto a ripercorrere alcune delle parole e dei messaggi chiave di questa preghiera, ricordando sempre che è poesia e canto, che coinvolge la mente, il cuore e il corpo, che chiede al popolo di intonarlo insieme in clima festoso.

Maria loda il Signore per le grandi cose che l’Onnipotente ha operato in lei: ha ricevuto “grazia su grazia”, lo Spirito agisce in lei come in nessuna creatura mai, ricolmandola dei suoi doni. E’ un canto di lode per esprimere un ringraziamento, vale a dire una eucaristia. Nella lode di Maria possiamo ritrovare gli stessi motivi che portano la Chiesa a celebrare l’Eucaristia, a ringraziare Dio per il dono di Gesù, la stessa cosa che facciamo nella Messa. Ripercorriamo la sua preghiera perché ci insegni a vivere bene l’Eucaristia.

Maria esulta per la sua maternità, per ciò che significa per Israele e per il mondo intero. Dal ringraziamento e lode personale, il Magnificat diventa un inno comunitario e sociale. Maria è la prima creatura salvata, la donna piena di grazia, e questo è avvenuto perché il Signore ha guardato giù verso la sua umiltà (letteralmente: bassezza); ritorna, come nell’annunciazione, il termine serva; Maria ci guida progressivamente a capire che, nel disegno di Dio, “servire è regnare”.

A causa dell’agire di Dio, Maria si riconosce beata. E’ chiaro il rimando alle beatitudini, soprattutto nella versione di Luca che le presenta in forma antitetica (quattro “beati voi” e quattro “guai a voi”, così come il Magnificat contiene l’antitesi tra potenti e umili, ricchi e affamati). Coloro che il Vangelo dichiara beati, lo sono a motivo della loro povertà, piccolezza, sofferenza, oppressione; condizioni su cui Dio interviene per curare, consolare, liberare e in definitiva mettere a parte del suo Regno, rivelare che il Regno è proprio per i poveri.

Anche nell’Eucaristia veniamo chiamati beati, perché “invitati alla mensa del Signore”: non per nostri meriti o capacità, ma per invito gratuito, magnanimo, generoso di Dio che vuole saziare gli affamati, chiamare alla mensa poveri, storpi, ciechi e zoppi, farsi pane per la vita del mondo.

Grazie al sì Maria, il Figlio che che da lei nascerà porterà a compimento il disegno di misericordia divina, che si estende di generazione in generazione su tutti quelli che temono Dio. La parola misericordia (analogamente a quel che è successo per il termine carità) è stato svilito, ridotto e anche tradito; in greco è èleos, dalla stessa radice del verbo eleèo, da cui Kyrie elèison (Signore pietà). La misericordia/pietà di Dio per noi è la pienezza di un cuore che accoglie tutte le nostre miserie (miseri-cordioso), in cui c’è posto per ogni dolore, ogni pena, ogni piaga anche la più atroce, ogni contraddizione umana, anche la più problematica e indicibile. Tutto questo è detto in modo mirabile, poeticamente e religiosamente ispirato, da Giuseppe Ungaretti: “Fa piaga nel Tuo cuore / La somma del dolore / Che va spargendo sulla terra l’uomo; / Il Tuo cuore è la sede appassionata / Dell’amore non vano” (da: “IL DOLORE”).

Come l’onnipotenza di Dio è capacità creatrice senza limite, così la sua misericordia è abbraccio d’amore, riscatto dalla schiavitù, liberazione piena da ogni male. E questo grazie al dono della vita di Gesù, Agnello di Dio che toglie (= prende su di sé) tutto il peccato e il male del mondo, lo porta sulla croce e lo sconfigge risorgendo (siamo nell’ottava di Pasqua…). Tutto ciò è contenuto nell’affermazione di fede: “Gesù è il Signore”.

Il Magnificat, canto di salvezza e liberazione, contiene l’estensione storica e sociale della misericordia, attraverso sette azioni di Dio:

  • ha spiegato la potenza del suo braccio
  • ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore
  • ha rovesciato i potenti dai troni
  • ha innalzato gli umili
  • ha ricolmato di beni gli affamati
  • ha rimandato a mani vuote i ricchi
  • ha soccorso Israele suo servo…

Alcune osservazioni: il numero sette nella Bibbia indica pienezza e perfezione, Dio ha agito con potenza infinita, ha completamente realizzato il suo disegno. Le sette azioni sono quasi per intero citazioni dell’AT: Deuteronomio (la liberazione dall’Egitto avviene per l’intervento di Dio col “braccio teso”), diversi Salmi, Giobbe, Isaia; inoltre c’è un riferimento esteso al cantico di Anna, derisa perché sterile e divenuta madre di Samuele (= domandato a Dio), che diventerà il profeta che consacra David re d’Israele (1Sam 2,1-10). C’è un chiaro capovolgimento di sorti tra forti e deboli, ricchi e poveri; l’azione di Dio è fruttuosa e liberante per i “tapini” e gli indigenti, mentre semina sconcerto tra i “benestanti”, abbatte i simboli del potere di superbi, potenti e sazi. Pare che quando Giovanni Paolo II si trovava in visita in Cile, al tempo del dittatore Pinochet, zelanti funzionari governativi che visionavano i testi della visita avessero provato a far togliere da una celebrazione la lettura del Magnificat perché ritenuta sovversiva. Avevano capito bene!

Una delle beatitudini, nel testo di Matteo, afferma: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”. Una versione della Bibbia in lingua corrente traduce: Beati quelli che desiderano ardentemente quello che Dio vuole, mostrando il senso della giustizia divina, che è alla base delle forti affermazioni del Magnificat. Dio vuole ardentemente che ci sia vita per tutti i suoi figlie e figlie e si china con predilezione sul piccolo e il povero, sull’affamato e l’oppresso. E Dio freme quando il giusto è oppresso dall’empio, ascolta il grido del suo popolo schiavo in Egitto e scende per liberarlo. Il Salmo 146, dopo aver enumerato enumera le azioni di liberazione, soccorso e tenerezza del Signore, afferma dello stesso Signore: “ma sconvolge le vie degli empi” (vv.7-9). C’è questo pesantissimo ma (congiunzione avversativa), che significa forte presa di distanza, opposizione di Dio a ogni disegno basato sull’ingiustizia.

La venuta del Signore è giudizio che salva, ma anche disperde e sconvolge chi percorre strade di ingiustizia ed empietà (cioè il contrario della pietà). E anche questa è azione salvifica divina, in quanto mostra al potente e all’arrogante, ribaltandone la sorte, che potranno trovare in Dio (e non nella propria autosufficienza, nell’orgoglio della ricchezza, nell’adorazione degli idoli) la salvezza, la piena realizzazione di sé conformemente al progetto divino di paternità universale, e perciò di fraternità tra tutti i membri della famiglia umana. Solo trovandosi a mani vuote, i ricchi potranno accorgersi di Dio, impareranno ad averne bisogno e saranno salvati.

La forte e necessaria implicazione sociale (ma diciamo anche politica ed economica) fa parte della realizzazione del progetto di salvezza di Dio, è cammino verso il suo Regno. Il punto finale a cui la tende storia della salvezza è il compimento delle promesse divine, a partire da quelle fatta ad Abramo, padre dei credenti. La promessa è alla sua discendenza ed è per sempre. Ad Abramo era stato annunciato da Dio che in lui sarebbero state benedette tutte le stirpi della terra, Israele è salvato insieme a tutte le nazioni.

L’ultima e decisiva azione divina del Magnificat, il compimento del progetto salvifico che abbiamo esplicitato, viene introdotta dicendo che Dio “si è ricordato” della sua misericordia (cfr. Sal 98,3). Non si tratta di un Dio smemorato, il ricordare divino “è efficace, creatore, dinamico e si manifesta continuamente nel tempo attraverso il memoriale liturgico” (Ravasi). Il ricordo applicato a Dio è un modo umano per dire che la sua volontà di esserci per noi è totalmente fedele, ma ha bisogno del nostro impegno a ricordare. Maria alimenta la memoria col suo canto di lode – ed è memoria realizzata, sta davvero attendendo un bambino che sarà Dio-con-noi; Nel “fate questo in memoria di me”, che Gesù ha comandato ai suoi, il pane e il vino sono davvero il suo corpo e il suo sangue. L’Eucaristia è “presenza reale” di Dio tra noi, quando c’è una Chiesa ne celebra il “memoriale”; così come Dio si è fatto uomo, quando Maria ha detto il suo sì.

Così torniamo al collegamento tra la lode di Maria e la Chiesa che celebra l’Eucaristia. Nei segni del pane e del vino (come nell’ascolto della Parola) la salvezza è all’opera. Come invitati alla cena del Signore siamo detti beati; ma non può trattarsi di una beatitudine smemorata né di uno spiritualismo intimista, che per metterci in contatto con Dio ci separa dal mondo, dalla storia, dalle fatiche quotidiane, dai bisogni dei poveri, dalla passione per la pace e la giustizia. Bisogna imparare a pregare e celebrare al modo di Maria e quindi accettando che la nostra vita si disponga secondo la logica del Magnificat. La preghiera dei cristiani e soprattutto la Liturgia non possono essere fuga dal mondo ma, come ha affermato il Concilio Vaticano II, culmine e fonte della vita cristiana, cuore pulsante che si concentra per spingere il sangue in tutto l’organismo. Portare la vita nella Liturgia e la Liturgia nella vita.

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